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Numero 3 Febbraio 2018

Depressione Volume 1

Efficacy of prospective pharmacogenetic testing in the treatment of major depressive disorder: results of a randomized, double-blind clinical trial. Pérez V et al. BMC Psychiatry. 2017; 17(1):250

Camilla Callegari, Alessandra Gasparini, Marta Ielmini

Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Psichiatria
Università degli Studi dell’Insubria, Varese

Il Disturbo Depressivo Maggiore è una delle principali cause di disabilità a livello mondiale. Nonostante l’ampio spettro di farmaci antidepressivi, i tassi di risposta alla terapia e di remissione della sintomatologia non sono ottimali. Negli ultimi decenni diversi studi hanno evidenziato l’importanza dei polimorfismi genetici nel determinare la risposta alle terapie psicofarmacologiche: variazioni a carico dei geni coinvolti nel metabolismo dei farmaci sarebbero responsabili di circa il 42% della variabilità nella risposta ai trattamenti antidepressivi. L’utilizzo dei test farmacogenetici, secondo recenti dati di letteratura, si sta rivelando uno strumento utile per orientare il clinico alla scelta del trattamento farmacologico ottimale, sia in termini di efficacia terapeutica, sia in termini di tollerabilità e sicurezza.

Lo studio multicentrico, randomizzato controllato, in doppio cieco, di Pérez et al. (2017), che valuta i test farmacogenetici come guida alla scelta della farmacoterapia, ha evidenziato come la prescrizione di una terapia antidepressiva, se basata sull’analisi farmacogenetica, sia associata a maggiore efficacia clinica e a meno effetti collaterali. In 18 ospedali spagnoli sono stati reclutati 316 pazienti, affetti da Disturbo Depressivo Maggiore secondo i criteri del DSM-IV-TR, indagati con il test Neurofarmagen® che, sviluppato in collaborazione con la AB-Biotics SA, consente, da un campione di saliva, l’analisi dei polimorfismi genetici legati alla farmacocinetica e alla farmacodinamica di oltre 50 principi attivi impiegati in psichiatria e in neurologia. La randomizzazione mediante software ha assegnato i pazienti a due gruppi: gruppo PGx-guided, i cui psichiatri curanti ricevevano il codice di accesso ai risultati del test per poter modificare la terapia concordemente al profilo farmacogenetico del paziente; gruppo di controllo (TAU – Treatment as usual), i cui psichiatri curanti non avevano accesso ai risultati fino a conclusione dello studio. Gli psichiatri prescrittori hanno effettuato in cieco controlli a 6 e 12 settimane valutando la risposta alla terapia ed eventuali effetti collaterali con le scale: HDRS-17, FIBSER, CGI-S, SDI, SATMED-Q. Interviste telefoniche in doppio cieco, somministrando la Patient Global Impression of Improvment (PGI-I) scale, sono state condotte a 4, 8 e 12 settimane senza il riscontro di differenze statisticamente significative negli scores a 4 e 8 settimane; a 12 settimane il numero dei pazienti la cui condizione è “migliorata” o “molto migliorata” è risultato significativamente più elevato nel gruppo PGx-guided rispetto al gruppo di controllo TAU (47.8% vs 36.1%; p = 0.476). I pazienti del gruppo PGx-guided hanno ottenuto una maggiore riduzione dei punteggi sia alla HDRS-17, sia alla CGI-S, a 6 e 12 settimane, rispetto ai pazienti del gruppo di controllo. Nei pazienti che avevano riferito effetti collaterali al T0, la probabilità di una maggiore tollerabilità della terapia, valutata come un punteggio alla FIBSER ≤ 2, è risultata maggiore nei soggetti la cui terapia era stata modificata concordemente al test rispetto al gruppo di controllo, sia a 6 sia 12 settimane (68.5% vs 51.4%; p = 0.026).

Anche nel panorama italiano, i lavori di Ielmini et al. effettuati con lo stesso test farmacogenetico Neurofarmagen® AB-Biotics SA (Minerva Psichiatrica, 2018; Pharmacogenomics and Personalized Medicine, 2018) sembrano confermare i risultati del gruppo di ricerca spagnolo. Sia il primo lavoro riportante risultati preliminari di un campione limitato di pazienti, sia il secondo lavoro, il primo studio Italiano sul ruolo dei test farmacogenetici a supporto della prescrizione di una terapia personalizzata per il trattamento dei disturbi affettivi, mostrano risultati in linea con quello spagnolo e confermano l’utilità dei test farmacogenetici nell’orientare i clinici nella scelta terapeutica più efficace e tollerabile, che migliori di conseguenza anche l’aderenza alla farmacoterapia.

Al fine di confermare le evidenze descritte è attualmente in corso l’ampliamento e il follow up a medio e lungo termine dei pazienti valutati e il reclutamento di pazienti con differenti spettri diagnostici. Tra i prossimi obiettivi vi è inoltre il confronto di dati di ordine farmaco-economico da effettuarsi attraverso un’analisi “mirror” a 12 mesi prima e dopo l’effettuazione del test farmacogenetico, al fine di determinare il vantaggio, in termini di accesso ai servizi di urgenza e di giornate di ricovero ospedaliero.

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