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Numero 2 Novembre 2017

Dolore cronico e neuropatico

Legge 38/2010 e sue applicazioni Organizzazione dei centri di terapia del dolore

Paolo Scarsella

Direttore del Centro Multidisciplinare di Terapia del Dolore, USL Toscana Centro, Ospedale Piero Palagi, Firenze

Il dolore è il più comune sintomo di malattia, tutti prima o poi lo provano. Ne è testimonianza pure il fatto che il termine “paziente” deriva dal latino “patiens”, participio presente del verbo “pati”, intendendo “sofferente” o “che sopporta” (Dizionario Treccani Online). La IASP (International Association for the Study of Pain – 1986) definisce il dolore come “un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno.” (IASP Task Force on Taxonomy, Classification of Chronic Pain, 1994). In pratica, come afferma anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è dolore ciò che ciascuno di noi dice di essere dolore.


A livello clinico, il dolore è un sintomo trasversale e frequente: spesso segnale importante per la diagnosi iniziale di malattia, fattore sensibile nell’indicarne evoluzioni positive o negative durante il decorso, innegabile presenza in corso di molteplici procedure diagnostiche e/o terapeutiche e costante riflesso di paura e ansia per tutto quello che la malattia comporta. È fra tutti il sintomo che più mina l’integrità fisica e psichica del paziente e più angoscia e preoccupa i suoi familiari, con un notevole impatto sulla qualità della vita (www.salute.gov.it).Generalmente indica che nell’organismo sta accadendo qualcosa di nocivo. È come una spia che si accende per informarci che qualcosa non va bene in qualche parte del nostro organismo. Il corpo informa il cervello affinché questo, in modo istintivo o mediato, possa porre in atto comportamenti adeguati. Ad esempio, se afferro un oggetto molto caldo, lascio la presa immediatamente. Funzionando come allarme, il dolore segnala il rischio di perdita dell’integrità psicofisica: ciò allo scopo di conservarla o ripristinarla. Tuttavia, se questo è vero per le malattie acute, non lo è invece quando il dolore si fa cronico, ossia quando esaurisce il suo compito di sentinella perdendo l’utilità di allarme: da sintomo diviene esso stesso malattia.

La Legge 15 marzo 2010, n. 38, “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore” (G.U. n. 65 del 19 marzo 2010), ufficializza una disciplina che almeno in Italia veniva esercitata molto spesso a margine di altre specialità, in spazi e con personale non dedicati. Questa legge, che apparentemente sembra essere un’anomalia – basti pensare all’articolo 7 che impone la rilevazione del dolore quale sintomo vitale, ignorando gli altri parametri quali frequenza cardiaca, frequenza respiratoria, pressione arteriosa e temperatura corporea – è invece una legge fortemente innovativa. Per la prima volta garantisce (o perlomeno dovrebbe garantire) l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore da parte del malato, nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza (LEA) al fine di assicurare il rispetto della dignità e dell’autonomia della persona umana, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza, la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle specifiche esigenze.


La legge, tra le prime in Europa, individua tre reti di assistenza dedicate alle cure palliative, alla terapia del dolore e al paziente pediatrico. Comprende 12 articoli, tra i quali particolarmente rilevanti, quelli che riguardano le definizioni, l’istituzione di reti nazionali distinte per le cure palliative e per la terapia del dolore, la rilevazione del dolore all’interno della cartella clinica, la semplificazione delle procedure di accesso ai medicinali impiegati nella terapia del dolore, la formazione del personale medico e sanitario. La legge prescrive che in sede di Conferenza Stato-Regioni, su proposta del Ministro, vengano individuate le figure professionali con specifiche competenze ed esperienza nel campo delle cure palliative e della terapia del dolore.
L’organizzazione prevista per l’articolazione della rete della terapia del dolore comprende l’attivazione del primo livello assistenziale attraverso lo sviluppo delle aggregazioni territoriali di MMG (AFT) sul territorio nazionale e l’attuazione di un programma di formazione dei MMG nell’ambito della terapia del dolore. Così sarà possibile dare la prima risposta diagnostica e terapeutica ai bisogni della persona con dolore. Qualora fossero necessari trattamenti farmacologici complessi, terapie strumentali o invasive o persistessero dubbi diagnostici, il paziente viene indirizzato allo Spoke/Centro ambulatoriale di Terapia del Dolore secondo criteri condivisi di appropriatezza, o all’Hub/Centro ospedaliero di Terapia del Dolore, qualora fossero indicati interventi diagnostici e terapeutici ad alta complessità (farmacologici, chirurgici, psicologici variamente integrati).

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